Vasi – 1° e, Docente di riferimento: Prof. G. Anedi

“Ah, ragazzi, per la prossima volta … dovrete costruire un vaso ciascuno.”
“COSA?!”

Un telo nero, buio tutt’intorno, una piccola luce frontale. Forse solare, forse no. E quasi quindici centimetri di trasparenze piene di rivoli luminosi e giri di scotch, che visto da questa prospettiva sembra quasi uno strato di madreperla.
Venticinque facce (o quasi) e cinquanta bulbi oculari diretti verso i vasi, che uno alla volta sfilano sotto la macchina fotografica intenta a catturare quello che riesce, al meglio delle sue possibilità. Sono servite quasi due settimane di lavoro, di ore di Storia dell’Arte, per riuscire a rendere vero, reale, tangibile questo progetto. L’idea principale, la colonna portante della lezione, era quella di evidenziare le differenze in un ‘prodotto’, un oggetto, quando cambia il materiale.

Nonostante non sia esattamente così, proviamo per un attimo ad immagine se anche solo uno dei nostri vasi fosse stato perfettamente identico all’originale. In tutto e per tutto, dal punto di vista tecnico. Misure, forme, dimensione.
Essendo costruito però in plastica, e quindi cambiando la materia prima, sarebbe stato comunque completamente diverso. Non solo sarebbe variato inevitabilmente il colore, ma anche il peso e il modo in cui la luce lo rendeva agli occhi umani.
Beh, certo, direte, ‘mi pare ovvio’. Sì, sembra una montagna di ovvietà. Ma in fondo non lo è propriamente. Insomma, si potrebbe pensare: “un vaso antico è stato fatto così, è nato così, dalle mani di chi lo voleva esattamente così, e così deve restare.”

Io, come penso tutti noi, trovo invece interessante l’idea di rendere un concetto così palesemente ovvio, come “se cambi il materiale il risultato cambia”, reale, come ho detto prima, tangibile. Di poter toccare con mano, con le nostre mani, un concetto tecnicamente astratto. Di poter costruire, con qualche bottiglia di plastica e dello scotch, una lezione. Insomma, io sono del parere che le cose ti entrano meglio in testa, se le studi o ci vieni a contatto in modo concreto. Se le tocchi con mano, le respiri, le rendi una piccola parte della tua esperienza. Quanti di noi si fermerebbero a riflettere anche solo per un minuto in più dal suono della campanella, a una cosa del genere? Non parlo per tutti, ma per molti. Si ha la tendenza, solitamente, a prendere quello che ci viene detto, non solo a scuola, ma anche da gente che ne sa più di noi, per vero, ma senza approfondirlo realmente o farsi troppe domande. Almeno, in questa età della vita. Poi certo, ci possono essere persone più o meno interessante a una determinata cosa, ma questo varia da persona a persona.Quindi, perché abbiamo realizzato questo progetto? Di certo non tanto per occupare il tempo. Non so se l’idea della prof. fosse esattamente questa, ma l’intento, credo, era quello di rendere interessante qualcosa che per molti di noi non lo era, più che farci semplicemente capire la differenza tra un vaso in plastica e uno in ceramica. Le lezioni così io le trovo davvero utili e stimolanti, perché rendendo interessante una cosa che per molte persone potrebbe non esserlo, gli si trasmette un’idea che magari potrà fargli trovare interessante qualcos’altro in futuro.

Ma alla fine, veniamo al dunque. Il prodotto finale. Cosa ne è uscito fuori, da questa mescolanza di belle idee e buoni propositi? Ci servivano plastica, scotch e, come dice sempre la prof., “cuore e cervello”. Già, perché non bastava prendere una bottiglia, tagliarla e farci un giro di scotch intorno per attaccarla ad un altro pezzo di bottiglia. Bisognava rendere questa cosa simile, per lo più, ad un vaso. E non è esattamente quello che si può definire un’attività semplice, soprattutto considerando che siamo una classe di studenti a metà del primo anno di prima liceo. La prima di un liceo artistico, certo, ma sempre di una prima si tratta. Così ci siamo armati dei materiali necessari e della nostra relativamente poca esperienza in questo campo per realizzare il progetto. Che alla fine è venuto anche meglio di come ci aspettassimo. E, tanto per intenderci, il mio non era tra i vasi più belli. Io parlo in generale, parlo del progetto nel suo complesso. Perché vedere ogni singolo vaso, sì, era carino, ma nulla di che. Vederli tutti insieme, però, come risultato di un lavoro guidato da un’idea comune, è tutt’altra cosa. Ti da l’idea di un lavoro di gruppo strutturato, ben fatto. Ma non bastava. Una volta fatti i vasi, ci mancava ancora qualcosa. Perché il progetto era nato per essere poi trasposto in digitale, sul sito della scuola. Era quello uno degli obbiettivi di questo ‘laboratorio’. E dato che in digitale gli unici due sensi che utilizziamo per percepire qualcosa sono udito e vista, e dato che l’udito era tagliato fuori, poiché i nostri vasi non producono suoni, servivano documenti visivi. In poche parole, avevamo bisogno di un fotografo. Non bastava sbattere i nostri quattro vasi sul banco, con una scenografia costruita con qualche carta di Kinder o una tavola spiegazzata mai consegnata. E questo ci riporta alla scena iniziale: un telo nero, una macchina fotografica e tante facce, curiose di vedere il risultato del loro lavoro.

Et voilà, foto su foto che fanno apparire i nostri vasi anche meglio di come siano in realtà. Alcuni più alti, altri più bassi, grazie anche all’abilità di chi ha scattato la foto, i vasi presentano una grande varietà di forme, dimensioni e colori. La luce, messa in modi che non so descrivere a causa della mia ignoranza nel campo della fotografia, ha conferito ad ogni “opera”, ammesso che si possa definire tale, una sua identità. Forse guardando le foto non ve ne accorgerete, ma molti di questi vasi sono realizzati talmente bene da essere simili agli originali. Ma sapete perché non ve ne accorgete? Perché cambiando il materiale, per l’appunto, cambia tutto.

Foto di Davide Zanotti (1° e)